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Konrad Lorenz: la devastazione dello spazio vitale

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Tratto da: Konrad Lorenz, gli otto peccati capitali della nostra civiltà – La devastazione dello spazio vitale. Adelphi 1974-2000
K. Lorenz(1903-1989)
Premio “Nobel” nel 1973 per la Medicina e Fisiologia.
“Un errore ampiamente diffuso è il credere che la Natura sia inesauribile.

Ogni specie di animale, di pianta o di fungo, perché tutte e tre le varietà fanno parte di un unico meccanismo, è adatta al sua ambiente.”….

“I rapporti interattivi nel complesso delle molte specie di animali, piante o funghi che coabitano nello stesso spazio vitale, formando una comunità biotica o biocenosi, sono numerosi e molto complessi. L’adattamento delle diverse specie viventi ha richiesto tempi che rispondono all’ordine delle ere geologiche, non a quelle della storia dell’uomo, e ha raggiunto uno stadio di equilibrio tanto ammirevole quanto delicato. Molti meccanismi regolatori proteggono tale equilibrio contro le inevitabili perturbazioni dovute a ragioni climatiche e di altro genere. Tutte le modificazioni che si instaurano lentamente, come quelle provocate dalla evoluzione della specie o da graduali alterazioni del clima, non costituiscono un pericolo per l’equilibrio di uno spazio vitale. Una modificazione improvvisa, invece, per quanto possa sembrare di scarso rilievo, può produrre effetti sbalorditivi e anche catastrofici. L’introduzione di una specie animale apparentemente del tutto innocua può provocare la letterale devastazione di ampie zone di terra, come è avvenuto in Australia in seguito al diffondersi dei conigli. In questo caso l’intervento nell’equilibrio di un biotipo è avvenuto per opera dell’uomo; gli stessi effetti sono tuttavia teoricamente possibili anche senza il suo intervento, sebbene si tratti di una eventualità più rara.

L’ecologia dell’uomo è soggetta a cambiamenti di gran lunga più rapidi  di quella degli altri esseri viventi. I tempi ne sono dettati dal progresso della sua tecnologia, che è continuo e la cui accelerazione cresce in proporzione geometrica. L’uomo, quindi, non può non provocare alterazioni radicali e, troppo spesso, la rovina totale delle biocenosi nelle quali e delle quali vive. Fanno eccezione a questa regola soltanto pochissime tribù “selvagge”, come ad esempio certi indios della foresta sudamericana, che vivono raccogliendo cibo o cacciando la selvaggina, oppure gli abitanti di alcune isole dell’Oceania che coltivano un poco la terra e vivono soprattutto di noci di cocco e di pesca. Tali culture influiscono sul biotipo in maniera non diversa dalle popolazioni di una specie animale. Questo è uno dei modi in cui l’uomo teoricamente dispone per vivere in armonia con il suo biotipo; l’altro consiste nel crearsi, servendosi dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame, una biocenosi completamente nuova che corrisponda in tutto e per tutto alle sue esigenze e che potrebbe anche, in linea di principio, dimostrarsi altrettanto duratura di quella che fosse sorta senza il suo intervento. Questo vale per alcune antiche civiltà contadine che abitano da molte generazioni sulla stessa terra, che amano, e alla quale, grazie alle conoscenze ecologiche acquistate attraverso la pratica, restituiscono ciò che da essa hanno ricevuto. Il contadino, infatti, sa qualcosa che l’intera umanità civilizzata sembra aver dimenticato: cioè che le fonti di vita del nostro pianeta non sono inesauribili. Da quando in vaste zone dell’America l’erosione causata dallo sfruttamento insensato ha trasformato in deserto terreni un tempo fertili, da quando grandi territori si sono inariditi in seguito al disboscamento e innumerevoli specie animali utili si sono estinte, si è cominciato, a poco a poco, a far di nuovo conoscenza con questa realtà. E ciò soprattutto per il fatto che le grandi imprese industriali che agivano nell’ambito dell’agricoltura, della pesca e della caccia alla balena hanno risentito gravemente, sotto l’aspetto commerciale, di tali effetti. E tuttavia questi fatti non vengono generalmente riconosciuti e non sono ancora penetrati nella coscienza pubblica! La fretta affannosa del nostro tempo non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei “doers”, della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. Veri misfatti vengono oggi compiuti dovunque con l’uso di prodotti chimici, per esempio nell’agricoltura e nella frutticoltura dove servono a distruggere gli insetti; ma in modo quasi altrettanto irresponsabile si agisce con i farmaci. Gli immunologi manifestano serie preoccupazioni anche per quel che riguarda l’uso di farmaci molto diffusi. Il bisogno psicologico di avere tutto subito, fa sì che alcune branche dell’industria chimica diffondano con delittuosa leggerezza dei medicamenti il cui effetto a lungo termine è assolutamente imprevedibile. Sia per quanto concerne il futuro ecologico dell’agricoltura, sia in campo medico, vige una quasi incredibile superficialità. Chi ha cercato di mettere in guardia contro l’uso indiscriminato di sostanze tossiche è stato screditato e messo a tacere nel modo più infame. Devastando in maniera cieca e vandalica la natura che la circonda e da cui trae il suo nutrimento, l’umanità civilizzata attira su di sé la minaccia della rovina ecologica. Forse riconoscerà i propri errori quando comincerà a sentirne le conseguenze sul piano economico, ma allora, molto probabilmente, sarà troppo tardi. Ciò che in questo barbaro processo l’uomo avverte di meno è tuttavia il danno che esso arreca alla sua anima. L’alienazione generale, e sempre più diffusa, dalla natura vivente è in larga  misura responsabile dell’abbrutimento estetico e morale dell’uomo civilizzato. Come  può un individuo in fase di sviluppo imparare ad avere rispetto di qualche cosa, quando tutto ciò che lo circonda è opera, per giunta estremamente brutta e banale, dell’uomo? In una grande città i grattacieli e l’atmosfera inquinata dai prodotti chimici non permettono nemmeno più di vedere il cielo stellato.

Non c’è perciò da stupirsi se il diffondersi della civilizzazione va di pari passo con un così deplorevole deturpamento delle città e delle campagne. Basta confrontare con occhi spassionati il vecchio centro di una qualsiasi città con la sua periferia moderna, oppure quest’ultima, vera lebbra che rapidamente aggredisce le campagne circostanti, con i piccoli paesi ancora intatti.

Si confronti poi il quadro istologico di un tessuto organico normale con quello di un tumore maligno, e si troveranno sorprendenti analogie! Se consideriamo, obiettivamente queste differenze e le esprimiamo in forma numerica anziché estetica, constateremo che si tratta essenzialmente di una perdita di informazione. La cellula neoplastica si distingue da quella normale principalmente per aver perduto l’informazione genetica necessaria a fare di essa un membro utile alla comunità di interessi rappresentata dal corpo. Essa si comporta perciò come un animale unicellulare o, meglio ancora,come una giovane cellula embrionale: è priva di strutture specifiche e si riproduce senza misura e senza ritegni, con la conseguenza che il tessuto tumorale si infiltra nei tessuti vicini ancora sani e li distrugge.  Tra l’immagine della periferia urbana e quella del tumore esistono evidenti analogie: in entrambi i casi vi era uno spazio ancora sano in cui sono state realizzate una molteplicità di strutture molto diverse, anche se sottilmente differenziate fra loro e reciprocamente complementari, il cui saggio equilibrio poggiava su un bagaglio di informazioni raccolte nel corso di un lungo sviluppo storico; laddove nelle zone devastate dal tumore o dalla tecnologia moderna il quadro è dominato da un esiguo numero di strutture estremamente semplificate. Il panorama istologico delle cellule cancerogene, uniformi e poco strutturate, presenta una somiglianza disperante con la veduta aerea di un sobborgo moderno con le sue case standardizzate, frettolosamente disegnate in concorsi lampo da architetti privi ormai di ogni cultura. Gli sviluppi di questa competizione dell’umanità con se stessa esercitano sull’edilizia un effetto distruttivo. Non soltanto il principio economico secondo il quale è più conveniente produrre in serie gli elementi costruttivi, ma anche il fattore livellatore della moda, fanno sì che ai margini dei centri urbani di tutti i paesi civilizzati sorgano centinaia di migliaia di abitazioni di massa che si distinguono tra loro solo per i loro numeri civici; esse infatti non meritano il nome di “case” dal momento che, tutt’al più, si tratta di batterie di stalle per “uomini da lavoro”, chiamati così proprio per  analogia con i cosiddetti “animali da lavoro”. L’allevamento di galline livornesi in batterie viene giustamente considerato una tortura per gli animali e una vergogna della nostra civiltà. L’applicazione di metodi analoghi all’uomo è invece considerata del tutto lecita, anche se proprio l’uomo sopporta meno di tutti questo trattamento che è disumano nel vero senso della parola. La coscienza del proprio valore da parte dell’uomo normale favorisce a giusto titolo l’affermazione della sua personalità. L’uomo non è stato costruito nel corso della filogenesi per essere trattato come una formica o una termite, elementi anonimi e intercambiabili di una collettività di milioni di individui assolutamente uguali tra loro. Basta guardare un gruppo di orticelli di periferia per capire quali effetti può produrre l’impulso dell’uomo a esprimere la propria individualità. A chi abita nelle batterie degli  “uomini da lavoro” resta una sola via per conservare la stima di sé: essa consiste nel rimuovere dalla coscienza l’esistenza dei molti compagni di sventura e nel rinchiudersi in assoluto isolamento. In molte abitazioni di massa i balconi dei singoli appartamenti sono separati da tramezzi che nascondono la vista del vicino. Non si può né si vuole stabilire con lui un contatto sociale “attraverso la grata” perché si ha troppa paura di vedere riflessa nel suo volto la propria immagine disperata. Anche per questa via gli agglomerati umani conducono alla solitudine e all’indifferenza verso il prossimo. Il senso estetico e quello morale sono evidentemente strettamente collegati, e gli uomini che sono costretti a vivere nelle condizioni sopra descritte vanno chiaramente incontro all’atrofia di entrambi.  Sia la bellezza della natura sia quella dell’ambiente culturale creato dall’uomo sono manifestamente necessarie per mantenere l’uomo psichicamente e spiritualmente sano. La totale cecità psichica di fronte alla bellezza in tutte le sue forme, che oggi dilaga ovunque così rapidamente, costituisce una malattia mentale che non va sottovalutata, se non altro, perché va di pari passo con l’insensibilità verso tutto ciò che è moralmente condannabile. Coloro cui spetta la decisione di costruire una strada, o una centrale elettrica o una fabbrica che deturperà per sempre la bellezza di una vasta zona sono del tutto insensibili alle istanze estetiche. Dal sindaco di un piccolo paese al ministro dell’economia di una grande nazione, tutti sono d’accordo nel ritenere che non valga la pena di fare sacrifici economici, e tanto meno politici, per difendere la bellezza del paesaggio. I pochi scienziati e difensori della natura che vedono lucidamente approssimarsi la tragedia sono totalmente impotenti. Avviene infatti che un comune che possiede piccoli appezzamenti di terreno sul limitare di un bosco scopra che questi aumenteranno di valore se saranno collegati da una strada; e ciò basta perché il grazioso ruscello che attraversa il paese venga deviato, incanalato e ricoperto di cemento, e perché un bel viottolo di campagna venga immediatamente trasformato in una orrenda strada di periferia.(………….). Il mio maestro Oskar Heinroth diceva, nel suo solito moto drastico: “Dopo lo sbatter d’ali del fagiano argo, il ritmo di lavoro dell’umanità moderna costituisce il più stupido prodotto della selezione intraspecifica”. Per l’argo, come per molti altri animali con sviluppo analogo, le influenze ambientali impediscono che la specie proceda, per effetto della selezione intraspecifica, su strade evolutive mostruose e infine verso la catastrofe. Ma nessuna forza esercita un salutare effetto regolatore di questo tipo sullo sviluppo culturale dell’umanità; per sua sventura essa ha imparato a dominare tutte le potenze dell’ambiente estranee alla sua specie, e tuttavia sa così poco di se stessa da trovarsi inerme in balia delle conseguenze diaboliche della selezione intraspecifica. “Homo homini lupus”: anche questo detto, come la frase di Heinroth, è ormai divenuto un understatement. L’uomo, che è l’unico fattore selettivo a determinare l’ulteriore sviluppo della propria specie, è, ahimé, di gran lunga più pericoloso del più feroce predatore. La competizione fra uomo e uomo agisce, come nessun fattore biologico ha mai agito, in senso direttamente opposto a quella “potenza eternamente attiva, beneficamente creatrice” e così distrugge con fredda e diabolica brutalità tutti i valori che ha creato, mossa esclusivamente dalle più cieche considerazioni utilitaristiche…Ogni mezzo che serve a questo fine viene considerato, a torto, un valore in sé. L’errore dell’utilitarismo, gravido di conseguenze deleterie, sta proprio in questo: nel confondere il fine con i mezzi. Il denaro era in origine un mezzo, e infatti nel linguaggio di tutti i giorni si dice ancora:”è una persona con molti mezzi”. Ma quanta gente è oggi in grado di capirci quando cerchiamo di spiegare che il denaro in sé non ha valore alcuno? Lo stesso si può dire del tempo: Time is money significa, per coloro i quali attribuiscono al denaro un valore assoluto, che essi apprezzano in egual misura ogni secondo risparmiato. Se è possibile costruire un aereo in grado di sorvolare l’Atlantico in un tempo leggermente inferiore a quello attuale, nessuno si chiede quale sia la contropartita nel necessario prolungamento delle piste degli aeroporti, nella maggiore velocità di atterraggio e di decollo che comporta rischi maggiori, nell’aumento del rumore, ecc. La mezz’ora guadagnata rappresenta agli occhi di tutti un valore intrinseco per il quale nessun sacrificio è troppo grande. Ogni fabbrica di automobili deve cercare di produrre un nuovo tipo di vettura che sia più veloce di quello precedente, tutte le strade vanno allargate, tutte le curve rettificate…Sorge spontaneo il quesito se all’anima dell’uomo odierno procuri maggiore danno l’accecante sete di denaro oppure la fretta logorante. Qualunque sia la risposta, coloro che detengono il potere, indipendentemente dall’orientamento politico, hanno interesse a favorire entrambi questi fattori e a ingigantire le motivazioni che spingono l’individuo alla competizione. Non mi risulta che esista finora una analisi psicologica profonda di queste motivazioni; ritengo tuttavia molto probabile che, oltre alla brama del possesso e all’ambizione, un ruolo molto importante sia svolto in entrambe dalla paura: paura di essere superati dai concorrenti, paura di diventare poveri, paura di prendere decisioni sbagliate e di non essere all’altezza di una situazione estenuante. L’angoscia in tutte le sue forme è certamente il fattore determinante nel minare la salute dell’uomo moderno, ed è causa di ipertensioni arteriose, di nefrosclerosi, di infarti cardiaci precoci e di altri malanni del genere. L’uomo che ha perpetuamente fretta non insegue solo il possesso, poiché la meta più allettante non potrebbe indurlo ad essere tanto autolesionista: egli è spinto da qualcosa, e ciò che lo spinge è solamente l’angoscia. La fretta, l’angoscia, inscindibili come sono l’una dall’altra, contribuiscono a privare l’uomo delle sua qualità essenziali: Una di queste è la riflessione. Un essere che non riflette più corre il rischio di perdere tutte le qualità e attività specificamente umane.”

Tratto da: Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà. Adelphi, 1974

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