da: www.avvenire.it intervista di Leonardo Servadio del 19 maggio 2015

Le cattedrali medievali sono sorte come opere comunitarie: non “firmate”: ma restano nei secoli come paradigma di bellezza e successo tecnologico. Oggi potremo tornare a opere condivise di tal fatta, grazie alla “rete”. Ne è convinto Carlo Ratti, architetto, ingegnere e inventore, docente al Mit di Boston, considerato tra le «50 persone che cambieranno il mondo»: con la collaborazione di non pochi (quindici sono citati, ma vi sono stati anche altri contributi), ha appena pubblicato Architettura Open Source (Einaudi, pagine 142, euro 11).

Professor Ratti, gli esempi riusciti di operazioni open source sono Linux e Wikipedia. Ma si può concepire una Commedia dantesca composta online da mille autori?

«Per la Commedia non saprei, ma per l’Odissea e in generale per i grandi racconti della tradizione orale l’open source (ovvero l’arricchimento continuo e multiforme di un’opera) ha funzionato, dando vita a testi il cui autore è un’intera civiltà. Oppure mi viene in mente l’abitudine di Oscar Wilde di testare le sue battute con interlocutori diversi prima di includerle nei suoi libri e di modificarle in base alle loro reazioni e commenti. Anche il singolo artista insomma aveva bisogno di un confronto. È bene chiarire che quando pensiamo a un’opera aperta non immaginiamo 1000 voci che si uniscono autonomamente; serve sempre un regista che organizzi i contributi. Quel che nel libro chiamiamo “architetto corale”».

Ma in che cosa differirebbe questo ruolo da quello che ebbe, poniamo, un Verrocchio rispetto ai tanti aiutanti di cui disponeva nella sua bottega?
«Credo sia un fattore di scala e un modo diverso di concepire l’ideazione e la produzione. All’interno della bottega di Verrocchio diversi allievi lavoravano su un compito dato, non componevano in modo corale. Sta proprio in questo il potenziale della rete: nel creare una bottega più ampia, aperta a chiunque voglia contribuire».

Nel libro si citano alcuni tentativi di progettazioni partecipate che sono finiti in nulla (le proposte di De Carlo, il movimento “metabolista” giapponese). Quali esempi può citare che siano riusciti?
«Nel campo della progettazione, anche se non architettonica, Arduino (scheda elettronica libera nel software e nello hardware) è un esempio italiano di grandissimo successo. Nell’ambito architettonico, un esempio interessante è Wikihouse, piattaforma che mette a disposizione disegni liberi per la progettazione della propria casa».

In queste settimane ha dichiarato bancarotta “Architecture for Humanity”, che con gli scopi più nobili si giovava di un’ampia partecipazione. Come armonizzare nella cruda realtà la progettazione partecipata e l’incombente “mercato”?
«Wikipedia sta in piedi, ma sempre con affanno. Finora si è spesso pensato che open source equivalesse a contributi volontari. Mi sembra che oggi le cose stiano cambiando e che anche l’open source possa essere un modo di fare business. Certo, bisogna cambiare le regole del diritto d’autore e reinventare un intero sistema».

Che differenza ravvisa tra la prospettiva di progettazioni open sourcee la filosofia maoista che attribuiva alle “masse popolari” ogni sorta di pregio creativo?
«Mi sembra ci siano grandi differenze. Un conto è la voce indistinta delle “masse popolari”, che da un lato recitano il Libretto Rosso e dall’altro hanno bisogno di interpreti autorizzati. Tutt’altro sono le voci, individuali, ben articolate ed espresse per iscritto, che si possono far sentire attraverso la rete. Il maoismo è anti-individualista ed eredita quella concezione della storia che va da Rousseau a Tolstoj, ed è stata ben descritta e criticata da Isaiah Berlin. L’open source, al contrario, parte dall’individuo, che può contribuire a migliorare con la propria intelligenza un’idea prodotta da altri o al contrario può mettere a disposizione di altri la propria idea, al fine di migliorarla. Naturalmente ci deve essere qualcuno che sappia riconoscere le idee intelligenti. Ma il sistema è di per sé meritocratico, in quanto “autocritico”».

Nel volume cita Benjamin Franklin che lasciò prive di brevetto alcune sue invenzioni, così che potessero giovarsene in molti. Ma il sistema dei brevetti è stato un forte incentivo per lo sviluppo della tecnologia e della scienza…
«Credo che si debba superare la contrapposizione libero/brevettato riguardo allo sfruttamento delle invenzioni. E pensare invece alla nozione di massimizzarne l’impatto. Sto lavorando su queste idee insieme con amici filosofi. La differenza tra i due paradigmi non è ideologica, bensì strumentale. Lo scopo ultimo dovrebbe essere soprattutto l’impatto positivo che un’idea può avere sul mondo: obiettivo che può essere ottenuto in alcuni casi grazie ai brevetti, in altri senza».

Quel che Machiavelli indicava come la ricerca di gloria invece del puro esercizio di potere…
«Certo oggi è un tema difficile, ma si nota che anche certe aziende si basano sul contributo volontario di interi gruppi di persone. Si parla di ‘innovazione aperta’. E se si arriva alla condivisione delle idee, si può arrivare anche alla condivisione dei ricavi. O si può pensare di raccogliere i risultati di un’idea nuova attraverso il sistema di brevetti, ma a condizione che chi se ne giova reinvesta il profitto a vantaggio di ulteriore ricerca. Non è un caso che spesso si vedono persone di grande potere economico investire in opere a carattere umanitario. Microsoft è all’opposto di Linux, ma vediamo che
Bill e Melinda Gates investono e non poco per scopi umanitari».

Quali le condizioni che lasciano sperare nella possibilità dell’architettura partecipata?

«La capacità della rete di permettere il trasferimento di informazioni in modo semplice; una nuova cultura della partecipazione e della condivisione, che risulta visibile e chiara. La cultura della condivisione delle idee non è molto diversa da quella della condivisione dei beni materiali (la cosiddetta sharing economy). A questo proposito c’è un’idea che mi appassiona: potrebbe la prospettiva di “conspicuous consumption”delineata da Thorsten Veblen (un consumo manifesto e ostentato) tramutarsi in ‘condivisione ostentata’? Il nostro pianeta potrebbe trarne grandi benefici quanto a sostenibilità…».

Architetto letteralmente vuol dire ‘capo dei costruttori’. Con l’architettura ‘open source’ dovremmo cambiare questo termine?

«No anzi, mi sembra la definizione esatta, quel che dovremmo tornare a essere. È nel Novecento che abbiamo perso il significato originario di questo termine, con l’idea dell’architetto prometeico-eroe che pensa di risolvere da solo i problemi dell’intera società…».

CHI È. Tecnologia e nuove sensibilità. Un braccio bionico che prepara cocktail con precisa raffinatezza, un nuovo distretto scientifico-tecnologico per la città di Medellin (Colombia). Sono due delle opere di Carlo Ratti Associati, la cui filosofia è compaginare evoluzione tecnologica e culturale. «Nella nostra architettura – spiega Ratti – cerchiamo di usare la tecnologia per promuovere sensibilità nuove. Ci interessano le interazioni tra persona e persona e tra persona e ambiente costruito, oggi possibili anche grazie ai nuovi strumenti digitali». Carlo Ratti è stato presente all’Expo di Siviglia, nel 2008, col Digital Water Pavillon, in cui cortine d’acqua controllate elettronicamente componevano l’intera architettura. Ed è presente nell’Expo di Milano, con un padiglione chiamato Future Food District, studiato come un supermercato digitale che consente al visitatore di conoscere gli alimenti: «Cerchiamo di esplorare – dice Ratti – come i prodotti possano raccontarci le loro storie. Un’immagine che mi è sempre piaciuta è quella del signor Palomar di Italo Calvino che, immerso in unafromagerie parigina, ha l’impressione di trovarsi in un museo o in un’enciclopedia.

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